Il presente porta visibilmente con sé, nei nostri corpi, tutta la nostra storia, pretende un'attenzione che ci lega oltre il privato, oltre l'individualità, oltre l'identità, senza le quali tuttavia la vita non avrebbe senso per il futuro, non ne avrebbe avuto mai nel passato.
Adriana Perrotta, Paolo Rabissi
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martedì 29 aprile 2014

Sulla salute attuale del patriarcato

Da più parti sento affermare che il patriarcato è "in dissoluzione", se non addirittura morto e sepolto.
Io confesso di sentire un certo disagio di fronte a queste affermazioni, perché continuo, nelle mie riflessioni, a tenere lo sguardo fisso proprio sull'intreccio sistema capitalistico (sociale) e patriarcato (simbolico) come due catene che a gradi e diversi livelli di pressione/oppressione in tutto il mondo, tengono inchiodati/e donne e uomini a vite dolorose  e insopportabili, tutte le dichiarazioni di morte del patriarcato mi fanno sentire come  la combattente di una battaglia di retroguardia, come una ultima giapponese nella foresta tropicale, che non si accorge che lo scenario in cui vive è grandemente mutato.
Io credo che questo dipenda da che cosa si intende con il termine patriarcato: se si vuol dire che si sono rotti gli universi simbolici sui quali si basava, la cosa è ovvia, almeno nella nostra cultura occidentale, da circa quarant'anni a livello di massa, e prima  solo a livello individuale - donne e uomini che hanno messo in crisi quel paradigma nel corso di secoli-. 
Ma se si esce dalla dimensione di considerarlo un potere assoluto e impenetrabile, se non lo vede come un monolite, ma si riflette sulle sua capacità di adeguarsi ai mutamenti sociali di superficie, sulle sue tecniche di penetrazione e conquista di cuore e menti, sui suoi modelli di organizzazione sociale, culturale, politica scientifica via via aggiornati e proposti... Se si fa attenzione ai linguaggi, sia specialistici  che colloquiali familiari che hanno permeato, allora si vede che è vivo e vegeto nelle menti e nelle coscienze di molte e molti, qui da noi e nel resto del mondo, con il quale siamo in stretta relazione. Per queste ragioni è  accettato e riprodotto da noi inconsapevolmente nelle nostre stesse relazioni sociali. 
Più di trent'anni fa alcune donne dei Centri  italiani, sulla scorta di quanto avveniva in altre zone d'Europa e d'America (anche del centro-sud) avviarono la riflessione sul sessismo linguistico e sulle sue conseguenze nella costruzione identitaria di donne e uomini, denunciando il ruolo della formazione di soggettività che una lingua androcentrica -patriarcale- ricopre nella formazione di soggettività nella comunità dei/delle parlanti, con le metafore e gli stereotipi che assorbiti fina dalla nascita vengono considerati "naturali" e non "storicamente determinati". Questo  discorso, articolato in testi, seminari, convegni che prendevano in considerazione  molti settori della comunicazione formale e informale, venne irriso, e osteggiato anche da molte donne del movimento come irrilevante. 
Oggi per fortuna è cambiata la mentalità, ma ho portato questo esempio proprio per attirare l'attenzione sugli aspetti di manipolazione da parte del sistema patriarcale, e sul pericolo di sottovalutare la sua disseminazione nelle coscienze. In fondo la stessa cosa si può dire del sistema capitalistico, già in crisi in tutto il mondo, attaccato  anche nei suoi stessi fortini, criticato da tutti, non a caso strettamente intrecciato con il sistema patriarcale, ma mi guarderei bene dal dire che è in dissoluzione.

martedì 11 marzo 2014

Prozac e quote rosa


Le quote rosa sono il prozac per una società sessista, tacitano il sintomo, senza incidere minimamente sulla malattia (disagio, sofferenza, sessismo....). 

Finalmente si è fatta chiarezza con le votazioni tenutesi in Parlamento il 9 marzo, che hanno bocciato tre emendamenti presentati per modificare in senso paritario la presenza degli uomini e delle donne nella prossima legislatura.
Con il voto segreto  la comunità degli uomini, nel suo complesso, aiutata da qualche donna cooptata e fedele, indipendentemente da orientamenti politici, ha mostrato  che non vuole condividere il potere di comando con le donne. 
Questo non vale per tutti gli uomini, ma per la maggioranza. 
Quindi è inutile affidare le speranze di raddrizzare un ordine sociale sbagliato (patriarcato) a meccanismi e regole di funzionamento, occorre indagare a fondo nella relazione donne uomini per andare a scovare l'origine di questo male. 
Il femminismo lo fa da quarant'anni, e alcune donne isolate avevano cominciato anche prima.
Detto questo, mi sembra incontrovertibile che le votazioni in Parlamento abbiano riguardato in realtà problemi interni a partiti, e problemi fra partiti. 
Si è consumata l'ennesima strumentalizzazione di una "questione femminile" (intesa come problema di donne, invece che questione generale di democrazia) per motivi e obiettivi di opportunità politica, da una parte c'era chi pensava di affossare il patto Renzi-Berlusconi con questo pretesto, dall'altra chi, temendo questo, ha sacrificato una conclamata adesione alla parità di genere per mantenere il patto scellerato.
Non è che gli uomini non vogliano donne in Parlamento, solo vogliono nominarle loro, per mantenerne il controllo; vanno bene donne che condividono l'idea della "naturale" divisine del lavoro, stabilita dall'ordine patriarcale, e/o quelle che resteranno fedeli ai ai capi che le hanno cooptate e alle loro future decisioni, senza ribellarsi e avanzare pretese di uguaglianza; donne propense a adottare la dimensione della complementarità, piuttosto che il conflitto.
Non si spiega altrimenti il silenzio delle ministre appena nominate, in numero pari con gli uomini nel governo e mute come pesci.
Non hanno proprio niente da dire in merito?
Io sono favorevole all'ingresso di quante più donne possibili in tutti i luoghi tradizionalmente maschili, soprattutto di potere, ma dico che non basta, senza un cambiamento profondo delle coscienze e della cultura di uomini e donne e una volontà di reale trasformazione della relazione si fanno pochi passi avanti, e se mutamenti si verificano,  si tratta di mutamenti di superficie, evenemenziali.
Non sottovaluto certo l'aspetto simbolico di una parità quantitativa, ma si tratta appunto di una trasformazione superficiale, che non incide sulla natura maschilista della nostra società.
A chi parla poi di democrazia paritaria ricordo che per essere paritaria  una democrazia deve lasciare in caso di elezioni libertà di scelta a chi elegge le/i propri rappresentanti.
Con le nostre leggi attuali, il porcellum prima, e l'italicum oggi, questo non è possibile.
In mancanza della possibilità di indicare preferenze, una schiera di donne "nominate" cooptate e fedeli a chi ha il potere di nominarle non mi rappresenta neanche un po', questa non è vera democrazia paritaria.
Un' ultima osservazione, in occasione di questo episodio su face book donne pro quote e donne  contro le quote se le danno -metaforicamente- di santa ragione; vexata quaestio, da anni se ne discute, il tema della rappresentanza femminile ha monopolizzato anche gli ultimi convegni femministi di Paestum.
Quello che mi dispiace è il rancore espresso per lo più da donne pro quote, che in sporadici casi arrivano ad accusare  di complicità con il maschilismo chi tenta di esporre le ragioni per cui non si sgretola l'ordine patriarcale semplicemente inserendo più donne in un mondo regolato al maschile, e chiamandole a condividerlo, tutt'al più a modernizzarlo e trattenerlo dal baratro, prendendosene cura.
Allora il nemico diventa non più la comunità maschile, saldamente arroccata sui suoi posti di potere, ma le donne che criticano le quote, che esprimono un pensiero critico, definite a volte pseudo-femministe.
Io sostengo solo che occorre lottare non solo per una parità formale,  ma per distruggere questo ordine, le mentalità e le realtà concrete che lo sostengono.

venerdì 28 febbraio 2014

Assemblea per la lista Tsipras

Assemblea per la lista Tsipras



Erano anni che non partecipavo ad assemblee politiche miste, tranne un paio alla CGIL qualche tempo fa, lì ma si trattava di temi specifici, non erano momenti volti alla costruzione di qualcosa in comune, donne e uomini.
Sere fa ho partecipato all'assemblea per la lista Tsipras, tenutasi qui a Milano, sono rimasta sorpresa dall'alto numero di partecipanti, quasi tutti miei e mie coetane*, o poco meno, ma c'erano anche giovani donne e giovani uomini, seppure in misura minore rispetto ai sessanta/settantenni, più qualche studente.
Alcuni interventi interessanti, molti appelli ad un'unità, che a me sono parsi un po' banali e scontati, ma si sa che in un contesto così ampio non ci si può aspettare nulla di particolarmente approfondito.
Temi accennati: lavoro, diritti, democrazia, libertà, giustizia sociale, cambiamento delle forme di produzione, lotta al neoliberalismo, all'austerity, ai populismi, ......
Nessun accenno al sistema di riproduzione che sostiene tutta la produzione di merci e beni, alla necessità di modificare la relazione uomo-donna in tutte le sue sfaccettature economiche, culturali, sociali, affettive, non so come altrimenti nominare la questione, senza ricorrere alle solite etichette (patriarcato....).
Io so per certo che alcune/i dei/delle presenti hanno ben chiari i termini del problema, so anche che la mancanza di menzione del tema nel Manifesto-programma della lista Tsipras non è dovuta a trascuratezza, ma a una scelta precisa, anche perché non appena si accenna si nota un clima di insofferenza, sia tra la maggioranza degli uomini che delle donne.
La prima reazione provata è stata quella di non scoraggiarmi e di pensare che occorre impegnarsi a porre le questioni nei vari luoghi e momenti opportuni, tuttavia riconosco che sembra sempre di andare a piatire attenzione, con il risultato che magari ti fanno parlare, ascoltandoti con sufficienza, e appena hai finito si torna alle cose importanti, e si riprendono i discorsi dopo "l'intermezzo femminista".
Ma come si fa a parlare di lavoro, di cambiamento del modo di produzione senza accennare alla questione della riproduzione nel suo complesso di lavoro e lavoro d'amore, delle persone- donne e non solo- migranti,....che svolgono questo "lavoro", pagato, non pagato, sotttopagato, attività e lavoro che che se si potessero valutare in PIL supererebbe del doppio il lavoro di produzione., con tutte le conseguenze politico-sociali che abbiamo davanti agli occhi.

E' vero che si può dire che i temi sono compresi nelle etichette i diritti, welfare, ma non è così, perché finora si sono sperimentati welfare e diritti, più o meno allargati, che non hanno minimamente scalfito la tradizionale codificazione dei ruoli imposta dal patriarcato.

Eppure questi temi non sono più trattati nelle catacombe dei movimenti, da poche femministe, ne trattano da anni economist*, politilog*, sociolog*.
A Milano poi sono numerosi i luoghi nei quali se ne parla, si avanzano proposte, luoghi sia istituzionali che di movimento.

Qual é quindi lo scoglio contro il quale si infrangono le speranze di reale cambiamento dello stato di cose presenti?
Francamente non so bene cosa pensare












venerdì 7 febbraio 2014

Lavoro d'amore, lavoro di cura e nonne

Lavoro d'amore, lavoro di cura e nonne
Pochi concetti risultano altrettanto difficili da definire a parole e anche da analizzare come quelli espressi da lavoro d'amore e lavoro di cura.
Addirittura si sta pensando di sostituire la parola cura con altre, come attenzione o piuttosto con la più esaustiva relazione.
Negli anni Settanta alcune studiose hanno adottato l'espressione riproduzione biologica e sociale per indicare il complesso di funzioni e compiti, di natura materiale, affettiva, sessuale e psicologica, assegnati alle donne dall'ordine patriarcale.
Anche se poteva apparire riduttiva, perché non chiamava in causa le implicazioni affettivo-amorose, l'espressione però riassumeva tutta una costellazione di attività richieste alle donne: dalla maternità all'allevamento e alla cura di figli e figlie, dall'accudimento degli anziani, delle anziane e delle inabilità temporanee alla doppia presenza (cioè la collocazione nell'ambito del lavoro domestico e di quello fuori casa), il tutto presentato come frutto e segno dell'amore nutrito per i propri familiari, in quanto tale motivo di soddisfazione per le donne, incuranti dei ritmi faticosi e stressanti che queste funzioni richiedono, anzi, sulla capacità di esercitarle senza farlo pesare si misurava il valore di una donna, in termini sia di stima che di autostima.
La descrizione che fai della giornata tipo di tua nonna sembra corrispondere a queste figure di donne.
Certo il tuo ricordo è quello di un bambino, che ha colto, e ricorda, l'aspetto amoroso del rapporto. 
Anche la mia nonna si alzava presto la mattina, si dedicava alla spesa e alla cucina, e che, quando i miei genitori ci affidavano a lei, anche per i mesi estivi, ci intratteneva cantandoci arie da opere e romanze,  oltre che con favole, mi sono restate impresse nella memoria La bella e la bestia e L'amore delle tre melarance. 
Il mio ricordo di lei di bambina è di una persona pienamente realizzata, anche se ho conosciuto poi dai racconti di mia madre tutte le difficoltà e le disillusioni incontrate nella sua vita di relazione con un marito sbagliato e per il quale lei era una moglie sbagliata, perché il matrimonio era stato in qualche modo imposto dalle rispettive famiglie a due persone di vent'anni, inesperte, diversissime per orientamento culturale, politico, e non so che altro.
Se confronto il mio essere nonna oggi con quello di mia nonna scorgo un abisso, l'arco di tempo è breve, solo una cinquantina d'anni, eppure il mutamento è profondo.
C'è stata di mezzo senz'altro la modernizzazione dei costumi, la rivoluzione tecnologica che ha riguardato sia la produzione che la riproduzione, la maggiore autonomia femminile in ragione della cresciuta possibilità di lavorare fuori casa, la progressiva frantumazione degli universi simbolici di riferimento, sia per gli uomini che per le donne, tutto questo ha comportato secondo me anche una frattura tra l'immagine di nonnità custodita dentro di noi, declinata in termini di amore, calore, dedizione, in una parola oblatività, e la realtà che viviamo, che non esclude quei sentimenti, tutt'altro, ma antepone la realizzazione di se stesse, pur con tutte le mediazioni necessarie in una relazione, al "sacrificio" femminile, esaltato dall'ordine patriarcale..
Io credo che anche allora ci fosse la realizzazione soggettiva come obiettivo, più o meno raggiunto, ma diverso era l'ambito delle possibilità immaginabili per la maggior parte delle donne; senz'altro io e le mie coetanee ci siamo trovate in mezzo a una trasformazione radicale, per la quale ci siamo battute e continuiamo a farlo, ma ne paghiamo il prezzo, almeno alcune di noi, oscillando tra determinazioni e sensi di colpa derivanti dalle immagini di nonnità interiorizzate nella nostra esperienza di vita.

domenica 2 febbraio 2014

Attacco alle donne in Spagna, e non solo



In Spagna c'è un movimento crescente contro la limitazione dell'interruzione di gravidanza proposta dal governo, in Italia iniziative sparse -convegni, proposte che riguardano l'estensione dell'obiezione di coscienza, l'istituzione di cimiteri per feti...- tendono a rendere sempre più difficile il ricorso all'aborto.
Contemporaneamente escono ricerche internazionali che documentano il fatto che l'aborto clandestino è ancora una delle prime ragioni di mortalità delle donne nel mondo.
C'è crisi generalizzata, guerre, fame e violenze diventano sempre più diffuse e minacciano sia i paesi impoveriti che i paesi arricchiti, ma il controllo delle donne, del loro corpo e della loro potenzialità riproduttiva sono in primo piano nelle politiche di gran parte degli Stati.
Anche un'autorità religiosa universalmente apprezzata per il suo "equilibrio" nelle questioni sociali, per la sua "attenzione e sensibilità" nei confronti di chi "soffre" per qualche situazione, non esita a annoverare i feti tra gli orrori dei bambini soldati, dei bambini morti per fame, abusati, vittime di violenze....

Che cosa si cela sotto questi attacchi sistematici, se non il contrasto all'autodeterminazione delle donne, vale a dire la possibilità che una donna scelga in piena libertà, e in accordo con chi è in buona relazione, se portare avanti o interrompere una gravidanza non voluta.

I concetti di autodeterminazione, riappropriazione del corpo, si diceva nei documenti degli anni Settanta, minano alla base l'ordine patriarcale che assegna agli uomini e alle donne due funzioni distinte ma complementari tra loro per la vita di una collettività, la riproduzione biologica e sociale alle donne e la produzione agli uomini.
Ma per mantenere il completo controllo della riproduzione in mani maschili occorre regolamentare minutamente con leggi -umane e divine- norme scritte e non scritte, pratiche collettive di premi e punizioni, fantasie di onnipotenza e/o annichilimento la vita delle donne, pena la messa in crisi del patriarcato.

Secondo me non bisogna mai isolare il tema aborto dall’altro lato della sua medaglia, quello di maternità consapevole, perché altrimenti ci si avvita in una strumentale contrapposizione tra “chi è per la vita” e chi è supposta “contro la vita”.
Al momento della lotta per la legge 194 e del successivo referendum confermativo, ci furono partiti che parlarono di diritto all’aborto, espressione mai impiegata nell'ambito del femminismo, né da me, né da altre. Infatti le diverse anime del movimento, pur nella varietà delle posizioni espresse in merito, che andavano dalla richiesta della depenalizzazione del reato, alla battaglia per ottenere una legge, hanno sempre parlato di autodeterminazione delle donne e di maternità cosciente, avendo ben presente da un lato il dramma psico-fisico che, mentre alcune donne rinunciano a una maternità, per qualunque ragione questo avvenga, altre sperimentano contemporaneamente la difficoltà di programmare una maternità nelle condizioni materiali date, con conseguente frustrazione perché vorrebbero figli/e e non se lo possono permettere.
Il discorso e l'analisi si allargavano quindi ai temi delle morti bianche dovute alla nocività del lavoro e ai ritmi di vita insostenibili.
Negli anni Settanta l’aborto era visto come ultima spiaggia, da evitare in tutti i modi con strumenti preventivi.
Ricordo che a quel tempo era ufficialmente proibita la vendita di anticoncezionali, io stessa ho iniziato a prendere la pillola con ricetta medica (serviva a una mia supposta piccola patologia!!!!!!).

Potenza della lingua, se guardiamo da questo punto di vista, rimettiamo la questione in piedi, dentro la lotta per l’autodeterminazione ci stavano: la denuncia degli aborti bianchi nelle fabbriche (per i ritmi di lavoro), la richiesta di anticoncezionali liberi e gratuiti, la richiesta di attivare le ricerca per anticoncezionali più sicuri e meno dannosi, il rifiuto della medicalizzazione delle fasi fisiologiche delle donne, gravidanza inclusa, la medicalizzazione che espropriava le donne della conoscenza -e quindi del controllo- del proprio corpo e delle sue funzioni, conoscenza fino ad allora delegata ai medici, la lotta per asili nido e servizi socio-sanitari efficienti, la richiesta di consultori, che nacquero con legge del 1976, gratuiti (in Lombardia sono a pagamento da 30 anni !), dove poter incontrarsi tra donne e con esperte/i, sempre per prevenire nascite indesiderate senza dover ricorrere all'interruzione, la legge era intesa come rete di copertura per i casi più sfortunati: violenza soprattutto, ignoranza…., si chiedeva inoltre la fine della discriminazione delle donne sul lavoro a causa delle gravidanze (lettere di dimissioni in bianco...).
Aver voluto oscurare tutto questo ha portato alla situazione attuale di contrapposizione -senza via d’uscita- tra soggetti deboli entrambi: donna in gravidanza accidentale (nel senso di non voluta) e feto (progetto di bambino, non ancora bambino).
La realtà di oggi è che gli aborti clandestini aumentano per migranti e minorenni, perché se uguale è la violenza di cui sono oggetto le donne davanti alla prospettiva di una maternità non scelta, diversi sono i livelli di sofferenza da affrontare, più alti se si è povere, minorenni, migranti, meno attrezzate affettivamente e culturalmente.
Per questo la 194, anche se è apparsa a molte una mediazione tra la depenalizzazione del reato e le istanze ideologiche di condanna assoluta è stata accettata come copertura per le donne più fragili e esposte di fronte a questa evenienza.

La condanna assoluta dell'aborto è una scelta legittima dal punto di vista della sensibilità soggettiva, ma l'imposizione del divieto di interrompere una gravidanza, più o meno mascherato, è una scelta ideologica, come nessuna deve essere costretta a abortire se non vuole, analogamente nessuna deve essere costretta a portare avanti una maternità non voluta, un feto non accolto.